Gli abbracci spezzati, di Pedro Almodovar
Dopo aver passato di furia alcuni film del regista, da Tacchi a spillo a Légami a Carne tremula e roba così, uno (cioè io – non è che parlo per altri insomma, il blog è mio) lo bollava come un Fellini andato a male più tutto un corredo di esibizionismi feticismi pruderie e tutta quella roba lì – Bigas Luna Tinto Brass (brrr...) e giù a scendere – e lo metteva da una parte, rubricato bel bello entro la categoria mentale dei film folcloristici e ossessionati dal sesso purché fuori dal comune (avete una categoria così, nella vostra testa, voialtri? Io sì: tutti quei toreri che si masturbano, quelle donne conturbanti che scopavano solo in modi quantomeno originali, uomini che cambiavano sesso, morbosi intrecci fra religione e sesso, sessualità incerte ed ossessioni per tacchi alti, travestitismi, passioni amore-morte, e via e via e via. Sesso sesso sesso. Film di folclorismo malato iper-sessuale, appunto).
Poi, tutto questo finché si arrivava a Tutto su mia madre, ché allora uno si diceva eh no ora magari basta eh, finché si fa a divertirsi e ci si guarda l’ombelico e si mettono in piazza ossessioni perversioni e provocazioni tanto per scandalizzare i benpensanti, passi; ma se poi ci si vuol metter pure il carico di briscola e con questi stessi ingredienti far saltar fuori il filmone d’arte con pretese, tanti cari saluti.
Quantomeno, si diventa pesanti: e i continui personaggi sopra le righe, e le suore violentate col volto di Penelope Cruz (la suora che ognuno di noi vorrebbe aver avuto a catechismo, invece di Suor Cassettone, un metro e mezzo per 300mc di ingombro, baffi e denti finti inclusi), e gli eccessi di padri che cambiano sesso, e le coincidenze troppo inverosimili, più le lacrime, i drammatici ricordi e il dilemma morale… – ecco, ne dovrebbe venir fuori un film da ricordare.
Secondo voi?
Un cazzo.
E io con Almodovar avevo chiuso.
Questa la premessa (che è tra l’altro – forse – più lunga del temino, ma insomma se ero sano era tanto meglio per un sacco di gente, io per primo). Poi successe cosa? Che uscì Habla con ella, e io mi dissi neanche morto. Poi La mala educación, ed io lessi la trama e dissi ci risiamo, solite ossessioni, omosessualità, tormenti e autoreferenzialità. Magari due travestiti, un padre gretto e crudele e una madre angelica e buonanotte.
Poi uscì Volver. Stavolta non mi dissi neanche morto (non ricordo perché, a volte il caso salva dall'errore), ed entrai in sala. Mi sembrò un capolavoro: se alcune esagerazioni/eccessi c’erano, erano esclusivamente in nome della trama, come tessere fatte tornare al loro posto con un po’ di sforzo (esempio su tutti, la madre sparita in un incendio anni prima), ma niente di gratuito o inutilmente morboso. E quella che era la vera ossessione di Almodovar usciva – naturale conseguenza – allo scoperto, finalmente definita e depurata da tutta la paccottiglia folcloristica che fino ad oggi si era portato dietro. La donna, dico: da sempre al centro dell’universo di Almodovar, che in lei vede tutto: la libertà e la bellezza, la fragilità e la forza, il vero motore del mondo. Certo, non sempre l’uomo è così sordo ai sentimenti, e così meschino e così materiale e così ottuso. Non tutti gli uomini son sessualmente molesti presso la figlia adolescente; non tutti gli uomini solo soltanto la bruta attesa/pretesa della cena sul divano, mentre guardano il calcio, per poi pretendere l’adempimento dei doveri coniugali (?) in camera da letto.
Non tutti gli uomini sono così e soltanto lui (in questo è tutto il fellinismo di Almodovar, secondo me) contempla e comprende la bellezza e il fascino complesso dell’universo femminile ("Siete tante ma siete una sola", ebbe a far dire alla luna con voce di Benigni, in altra occasione). Ma tant’è, a questi patti e con questa abilità di struttura – perché son proprio la struttura e le emozioni umane che la parte femminile suscita, a toccare nel profondo, più che la vicenda che il film racconta, appunto un po’ eccessiva ed irreale – ci possiamo stare eccome. Ce ne fossero.
Almodovar aveva quindi attraversato Fellini e le sue ossessioni farsesche, e finalmente aveva trovato la sua strada. E anche i consueti omaggi cinefili non erano più narcisismi fini a se stessi, bensì veri e propri atti d’amore di chi vive per il cinema, ma ne è finalmente parte, con una sua voce ed un suo stile: Almodovar è sempre stato riconoscibile, ma adesso questo era diventato il suo pregio. Proprio come Fellini, tra l'altro.
Scoprii più tardi che il percorso in realtà si era già compiuto con Parla con lei (ignoro – a questo punto, e preferisco restar col dubbio un altro po’ – se La mala educación sia un’aberrazione e un ritornar indietro), un film meraviglioso e ancor più misurato di Volver, quanto alla trama. Un altro congegno perfettamente strutturato (perfetta la padronanza del meccanismo temporale cui Almodovar spesso ricorre, giocando col tempo e i vari piani narrativi, spesso muovendosi a ritroso) ed esaltato da una colonna sonora veramente fuori dal comune, in cui gli eccessi erano quasi del tutto banditi o se c’erano venivano sublimati in altre manifestazioni artistiche – le due coreografie di Pina Bausch, la performance di Caetano Veloso, l’omaggio al cinema, stavolta quello muto, la parte di Geraldine Chaplin. E tutto si chiudeva senza chiudersi, lasciando un senso di piacevole coinvolgimento.
Insomma: alla prossima occasione, non sarebbe stato certo più possibile dirsi neanche morto.
E l’occasione fu Los abrazos rotos, che a dir la verità non si annunciava in tripudio di critica.
A torto, secondo me: perché se la vicenda del registra/sceneggiatore non vedente ci viene come al solito svelata tornando all’indietro, e i personaggi sono tutti quelli consueti (con la solita piccola concessione all’eccesso ed all’inverosimile – il figlio omosessuale e il figlio del protagonista maschile su tutti, più il solito tema della superiorità femminile, che qui è ammorbidito da un po’ troppa indulgenza: lei grigia segretaria sciupata che occasionalmente si prostituisce per aiutar la famiglia e che finisce immancabilmente per accasarsi presso il capo ricco vecchio e vizioso, salvo provar per questi orrore a breve, peccato soltanto dopo aver assaporato i ben noti vantaggi e privilegi) ma ben centrati, è vero anche che più che il melodramma e i temi soliti, il nocciolo della questione è l’amore per il cinema e l’affabulazione, col film – che come al solito è infarcito di omaggi a tema, sia pure solo sotto forma di elenco di titoli registi e attori – che si fa meta-cinema nel finale, ricordando come tutte le storie meritino di essere raccontate, è questo l’importante, come se noi stessi non fossimo altro che una storia, le nostre vicende, le nostre passioni. Il che è fondamentalmente vero: raccontando quel che è dentro di noi, viviamo. O viviamo davvero. O quantomeno viviamo meglio.
Un altro tema che si aggiunge, alla fin dei conti; o, in altre parole, un arricchimento dell'Almodovar-pensiero.
Pretend that you owe me nothing,
and all the world is green.
We can bring back the old days again,
and all the world is green.
Io avrei una domanda, se permette; una domanda che comincia con una storia. Una storia che racconta di...
un circo sgangherato e straccione; un circo di saltimbanchi e acrobati, imbonitori in baracconi e personaggi più o meno usciti da testi di Tom Waits; un circo che esce piano dal buio e su una melodia povera e sinistra va nella penombra – perché è impensabile che un circo così esca dal buio per entrare nella luce, ma questo vien da sé; poi inizia lo spettacolo, e si cerca di attirar la gente con trucchi da quattro soldi, un po' di poesia, meraviglia, qualche canzonetta e il fascino del poco, negli stracci e nelle parole.
A poco a poco le performance si esauriscono, i guitti lasciano i loro strumenti, i loro carrelli, i loro sinistri attrezzi ed uno a uno si defilano. La luce si spegne su ogni postazione - una dopo l'altra restano al buio, che torna ad avanzare nella sala. Gli artisti sono tutti scomparsi, e non si vede quasi più nulla. Noi, gli spettatori che giravano fra i banchi ed ascoltavano le storie, istintivamente li seguiamo, loro che nel frattempo si rivelano messi ai nostri lati, a farci un corridoio verso l'uscita, che rimane l'unico punto di luce lontana. Nel passargli accanto, ognuno di loro mette in mano un foglietto a una persona. Sento la mano di qualcuno nella mia, e non so proprio chi sia, se la lanciatrice di materiali arrugginiti, la peccaminosa, l'agente di viaggio delle quattro tende, la manipolatrice di vecchi ricordi. La conduttrice del cavallo che depone frutta se risolvi i suoi indovinelli. Il tizio che comanda una testa che dà risposte a domande che nessuno ha posto nella scatola. Il nano che ha una bambola più grossa di lui che canta.
Comunque, non possiamo far altro che camminare verso la luce. Poi, ci guarderemo cosa la sorte ha lasciato nel palmo della nostra mano.
Si chiudono le porte; siamo fuori: tutti strizziamo gli occhi, per il fatto di esser tornati nella luce.
Io mi guardo la mano. Svolgo il foglietto, una carta grezza color senape, da tovaglietta di trattoria.
C'è scritto:
Signore, deve tornare a valle. Lei cerca davanti a sé ciò che ha lasciato alle spalle.
Non mi dico niente di particolare. Solo, difficilie che fosse così, alla fine. C'erano circa cinquanta persone, là dentro; cinquanta persone e dieci saltimbanchi. Ascolto cosa dicono di avere gli altri. Ripenso che è una cosa quantomeno singolare, e che niente succede per caso.
Un tempo avevo scritto una relazione, riguardo il poeta le cui parole ho adesso nella mano. Me le continuo a guardare, mani e parole, foglietto lungo e dita che lo tengono aperto. È un poeta che nessuno conosce, fuori dal settore – non è Pasolini né Montale, insomma.
Poi sono passati molti anni, e in quella che è diventata la mia vita, per come questa si è svolta e pare continuare a svolgersi, di Giorgio Caproni e del franco cacciatore; della poesia, di molte cose che avevo imparato a quei tempi, non ho dovuto avere più bisogno. Avevo messo tutto lì, in un angolo, dietro mille altre inutili e più noiose incombenze. Cose per conto di altri, che coprivano tutto il resto, ogni giorno di più, rendendolo sempre più inaccessibile, come un ricordo sempre più lontano che svanisce lento.
La cosa curiosa è che poco tempo prima del circo, senza un nesso o motivo apparenti, una persona, ad una cena, mi chiese:
Conosci Caproni?
Tornò inevitabilmente fuori la mia vecchia relazione; questa persona la volle, la lesse e nulla ne venne fuori. Mi disse bravo, tutt'al più. Cos'altro poteva fare, d'altra parte?
Poi mi sono ritrovato a un circo waitsiano, una sera, dopo aver buttato giù una manciata di pistacchi vinchi e patatine con un bicchiere di vino rosso, e un qualche personaggio mi ha messo in mano una frase di Caproni. Caproni nessuno lo conosce, o quasi, e lì dentro eravamo in tanti. E un tizio che aveva una qualche attrazione e molti stracci, mi ha messo in mano una sua frase, che lui stesso aveva scritto su un foglietto strappato.
Posso tornare al presente, adesso. La mia storia è finita. Nel presente, adesso, posso fare la mia domanda:
Cosa sta cercando di dirmi, la vita?
The moon is yellow silver -
oh, the things that summer brings.
It's a love you'd kill for,
and all the world is green
PERIODI FELICI, REMIND #1
Di me che esco da lezione col mio zaino. La voce nel microfono, quel che ho sentito, le file lunghe dei banchi unici dell’aula magna, l’atmosfera generale. Scendo le scale; tutto piuttosto sporco, e fogli appuntati con le puntine alle pareti rivestite di legno (“vendo D.J. Grout, Storia della musica in occidente, usato, ottime condizioni”; “Affittasi camera per ragazza zona santa reparata”). C’è poca gente. Fuori è buio; torno - mentre chiedo che ore sono a un tizio - verso la stazione, sapendo che entrerò alla Feltrinelli.
Ormai so dove si trovano tutti i reparti, l'ordine delle singole case editrici; la gente potrebbe chiedere a me (“Storia? primo piano, subito a destra!”; “Fenoglio mi pare sia nella Einaudi… dritto, poi destra per i Tascabili; sinistra e poi subito di fronte se lo cerchi nei Coralli”): scendo le scale; piano di sotto - musica, cinema, fumetti.
Le ultime uscite delle nuove edizioni di Schultz. Peanuts, per stare anche meglio, a dispetto di tutto. A quattro a quattro, libretti piccoli, Baldini & Castoldi; escono senza una cadenza precisata. Pago e proseguo per la stazione, con l’aria fredda e la gente che mi passa accanto. Lo zaino in spalla e il sacchetto di plastica in mano. Tra poco lo butterò via, e infilerò il contenuto nello zaino.
Il treno è affollato, solita e squallida luce al neon. Lo percorro verso la testa, cercando di non incontrar lo sguardo di gente che posso conoscere, perché voglio sedermi da solo, per continuare a leggere La Certosa di Parma.
Sì... qualche tempo prima – ero al primo anno, e tornavo con un ragazzo con cui condividevo un corso – stavo leggendo per conto mio, incurante del fatto che lui fosse accanto e non leggesse. Il Rosso e il Nero - sempre Stendhal, ma in una pessima edizione, molto anni ’70 (forse davvero anni '70), carta rugosa e caratteri minuscoli. Chiudo il libro quando siamo vicini all’arrivo. Ho finito. Lui mi guarda e mi fa: “chi è l’assassino?”
Cazzo dici, penso io. È Il Rosso e il Nero, mica Agatha Christie (per questo poi cerco di non incrociare sguardi che non voglio).
Oggi lui lavora in TV, io sono un bischero qualunque.
