A distanza d’un bel po’ di tempo, torna a seguito richiesta esplicita (?) la rubrica
LE GRANDI FRASI PER TUTTI I GIORNI
Esegesi. Etimologia. Filologia. Tauromachia.
Ecco un uomo/
che mi insegue/
e mi lancia/
un COLAPPIO/
Che fortuna, non mi ha preso/
ed io lo DISPERDERO'!"
Frammento di una ballata del XII sec, la cui editio princeps (cod. Palatino LH657, Ambrosiana di Milano, 1519 ca.), è a tutt’oggi irrimediabilmente perduta, a seguito o di un pauroso incidente fra CAMI (precisamente, si trattava di un camion della ditta CIUINO™, di Ruvo Molisano, specializzata in trasporto ballate & lupi-a-nolo, e di un autoblindo della ditta BLINDA™, di Colle val Merda, trasportante empietà e trasudante livore e sprezzo del pericolo, anche e soprattutto guidando contromano a occhi chiusi, cantando uacciuariuariuariuààà), o per futile scommessa – la cosa non è del tutto chiarita.
Comunque sia, l’esegesi del testo – ahimè, del frammento di testo! – in nostro possesso, ci porta a considerare anzitutto il tytolo, che pur se non ho riportato (abbiate pazienza, me ne son accorto ora) era Il cane randagio. E dunque ben si spiega l’arcana l’ambientazione: non la Cornovaglia, non l’Averno, bensì Vicolo Malconsiglio, in quel di Barbone-di-Yul (YU), dove il cane randagio waga per i cazzi propri, grufolando lercio nella merda e nel pattume, com’è suo costume & diritto, finché arriva un uomo (antenato del moderno accalappiacani – si noti che nel mille e cento tale figura esisteva veramente, e si chiamava Guidrigildo o anche Menco, io li conoscevo PERSONALMENTE – eran due omini veramente laidi e butirrosi; poi morirono, pace, meglio loro che io) che gli lancia un COLAPPIO.
Ora, cos’è un colappio? Si sono fatte le più disparate ipotesi a riguardo: il Concetti, il Mangiacazzi, il Succiacàpridi, la Bobi, la Pinpi, tutti gli studiosi più autorevoli hanno detto la loro (particolarmente suggestiva e fantasiosa la versione della Bobi, la quale individuava, attraverso il criterio della lectio difficilior, una differente lezione, riportata in un altro codice, il Trivulziano di Milano, AX-732-BZ – che non è una targa, come molti di voi idiotoni avrà pensato: COLABARDA, cosa che ci riportava quindi, magari aggiungendo la denominazione SPAZIALE – lectio, quest’ultima, contenuta forse in un non precisato codice, il Tribudiùlo della collez. priv. Trotti-Piponi – a un complesso ma inutile marchingegno di provenienza marziana, utile per sterminare senza pietà i mostri haniba e quelli di Mazinga, che ora non ricordo come si chiamavano. Ma questi son problemi di filologia, che cazzo ve lo dico a fare, che ci volete capire, voi).
Tuttavia, resi sicuri da nuovi studi & approfondimenti, e ancor più dalla sicumera che contraddistingue chi è piamente nel giusto e nel certo, possiamo affermare che i suddetti insigni studiosi si son distinti solo per le stronzate sparate, l’inferno li danni: ciò perché il Colappio è indubitabilmente uno strumento immaginario, fatto di fili e nodi del tutto immaginari e trasparenti, che qualcuno lancia a qualcun altro quando lo vuole ACCOLAPPIARE (declinazione falsa ed immaginaria del verbo accalappiare, appunto). Del resto il lemma è attestato anche in opere coeve o vicine, quali il Trésor di Brunetto Latini (“e di me facea colappio: / ogni spinta era uno schioppo”) ed alcune cronache locali anonime (“avvinto a lui per un colappio, tosto reso fermo dal pingone su per lo culo, li due sodomiti dello scorno fean gran vanto”). Nessun dubbio quindi, con buona pace della Bobi, alla quale per ripicca mi riprometto di far assaggiar la VERGA™ quanto prima, a scopo punitivo. In filologia funziona così. È uno sporco lavoro, ma bisogna pur farlo, che volete farci.
Proseguendo nell’esegesi, è chiaro il motivo per cui il cane dichiara di non esser stato preso dal colappio. Facile: essendo il colappio lo strumento immaginario dell’amore, risulta chiaro come il cane non possa nutrire alcun sentimento di tenerezza o quand’anche di accondiscendenza verso l’uomo. Quindi, la conseguenza è scontata, con tanto di riferimento alla fortuna, a quel tempo ritenuta dea che dispensa e atterrisce, secondo la famosa ruota.
A quel punto resta un COLAPPIO da DISPERDERE. Perché disperdere, e come fare? Il colappio è aria. Altra aria la disperde. Ed ecco spiegato: se il narratore ha lasciato all’intendimento del lettore, c’è qui l’esperto che vi spiega. Buon per voi.
Il cane scorreggia, e il calappio si disperde fra i vapori flatulenti. Del resto l’occorrenza del sintagma è anche nel più tardo Brutesio indeciso di Compiuta Donzella (“ed i’ sul tuo colappio / ci scureggio sovra”), nonché nei vv. 156-157 di un Sirventese di Cielo D’Alcamo (“o madonna, ché ingratamente scorreggiar sul mio colappio?”).
Purtroppo l’infausta sorte ci ha privato del proseguir di siffatto esempio di lirismo, nonché dell’autore di questo, ma – ahimé! – la vita è così: pensate che ieri uno che conosco camminava per strada; a un certo punto ha sentito uno strizzone di corpo, e la sera sono andato a trovarlo all’obitorio, morto intasato dalla sua stessa merda. Oppure pensate a Oriana Fallaci: è ancora viva, poverina. O ai vip, o a Muccino. Nessuno li ammazza. Eh sì, la vita è proprio dura.
Romance & Cigarettes, di John Turturro
Allora, la produzione dei Coen conta non moltissimi film, dagli anni ’80 ad oggi. Toh, pigliate:
Blood simple [Sangue facile]
Barton Fink [Barton Fink]
Rising Arizona [Arizona junior]
Fargo [Fargo]
Miller's crossing [Crocevia della morte]
The Hudsucker Proxy [Mister Hula-Hop]
The Big Lebowski [Il grande Lebowski]
O brother, where are thou? [Fratello dove sei]
The man who wasn’t there [L’uomo che non c’era]
Intolerable cruelty [Prima ti sposo, poi ti rovino]
Ladykiller [La signora omicidi]
Undici, in tutto; in più, un paio di produzioni:
Bad Santa [Babbo bastardo], regia di Terry Twigoff, e appunto questo ultimo
Romance & cigarettes [Romance & cigarettes], regia di John Turturro.
Gli attori, con qualche novità ogni tanto – e magari concessione al successo e al botteghino – sono sempre più o meno gli stessi: John Turturro, Steve Buscemi, John Goodman, Billy-Bob Thorton, Frances MacDormand, Holly Hunter. George Clooney, Nicholas Cage, eccetera. Questi, comunque, i principali.
Ora, con punte più o meno alte (meglio questo, meglio quello, via così), io i Coen li amo et li adoro. Quindi sarò pure di parte. Non sono riuscito ancora a vedere i vecchi Barton Fink e Blood simple, ma vedrò di rimediare (Blood simple esce in DVD a giugno – ed è ridicolo che di Fargo ancora non esista nessuna edizione rimasterizzata). Ho pure il volume di racconti di uno dei due (Ethan), I cancelli dell’Eden, edito da Einaudi e ormai fuori catalogo, perché per l’editoria italiana è meglio certo pubblicare e ri-pubblicare la Mazzantini o Baricco, laddove quella –off tende a far conventicola chiusa e auto-incensante.
Comunque, si diceva di Romance & Cigarettes. Romance & Cigarettes è fantastico. Per giorni, poi, un fan dei Coen non può smettere di pensare a Bo Diddley (magnifico, eccezionale, super Christoper Walken) che sui ricordi che vanno canta Delilah, o a Steve Buscemi che fa l’operaio (“stai scherzando, fa male! Chi me lo taglierà lo farà per vendetta”). Idem per le tre sorelle che provano canzoni straziate in giardino (“siamooo… belleee!”). E anche la fidanzata del fruttivendolo non è male.
Grandi anche gli altri interpreti: Gandolfini (che in pratica prende – bene, benissimo – la parte che anni fa sarebbe stata certo di John Goodman), Susan Sarandon e Kate Winslet versione Tori Amos. Tutti insieme, continuano e rimpolpano la pittoresca et variopinta galleria al cui vertice c’è Drugo, uno dei personaggi degni di una storia del cinema con la S maiuscola.
Grande anche la colonna sonora, come da tradizione.
Il punto forse è che, di fondo, al di là dei singoli film, dei registri espressivi, dei temi toccati, i Coen (e Turturro, con Buscemi l’attore per eccellenza dei Coen, con 6 presenze su 10) hanno una specie di marchio di fabbrica, che unisce tre diverse componenti e lega tutto il resto: l’assurdo, lo stralunato e il frenetico. E personaggi di contorno (oltre ai principali) assolutamente incredibili. La cosa, nell’insieme, suscita un riso grottesco e una sensazione straniante, un “fuori posto” per chi guarda, stranamente piacevole e disorientante. È assolutamente fantastico, nell’insieme.
Qui, questo marchio di fabbrica c’è, e tanto basta. John Turturro lascia da parte Illuminata (pretenzioso, capace più che altro di annoiare o confondere) e tira fuori qualcosa di memorabile, imparando dai suoi primi maestri. Nonostante i multisala preferiscano fare spazio al Codice di minchio, o alle evoluzioni di un Patrick Swayze anziano ma ancora piroettante e/o piacente (??? - per tacere di altri polpettoni italiani sentimental-intimisti, come da consolidata e arrugginita tradizione), vedete d’attrezzarvi e andarlo a vedere comunque. Sennò vi rubo i coprimozzi delle vostre macchine di merda. Chi ha la GIP, gliela brucio. Idem per la Smart o la Mini, con l'aggravante che prima gli caco sul sedile passeggero. In culo, tutti quanti.
W i Coen.
BREVE ESTRATTO DAL NUOVO CUMULO DI BANALITÀ FRUSTRANTI E LIMITATE DI PAULO COELHO, SONO COME IL FIUME CHE SCORRE (SICCHÉ IO VIAGGIO, MICA VOI). ABBIATE PAZIENZA, VOLEVO DIRE BEST-SELLER, POI M’È SCAPPATO CUMULO DI BANALITÀ FRUSTRANTI E LIMITATE, ORMAI L’HO DETTO, PAZIENZA.
Sì, compratelo, il bel librino Sono come il fiume che scorre (quindi vi bagno, scansatevi) - editore Caprone-che-caca, eurini 31,30, bella la mia massificazione della cultura. Dicevo, compratelo, che ci sono un sacco di profonde verità e riflessioni sull’uomo e il suo destino, quali questa:
…la vita è come una matita:
Si consuma inesorabilmente;
e la parte più importante è dentro.
La vita è come una matita:
è fragile,
può spezzarsi in qualunque momento.
La vita è come una matita.
E se non stai attento, te la prendi anche nel culo.
(Certo, ammetto che farebbe di più il suo effetto se letta con voce da ubriaco, col ditino ritto, gesticolando, magari a qualche circolino di paese)
Poi, nel librino Sono come il fiume che scorre (ma il bagno fatelo a casa vostra, grazie), si parla anche di viaggi, di alchimia, del dramma dell’estinzione certa del bull-terrier (astiosa bestiola dall’aspetto minaccioso, che non vuol saperne di cacare, né tantomeno di trombare, ragion per cui l’estinzione è certa). Ma perché voler saper già tutto? Comprate Sono come il fiume che scorre (sì, ma voi non ci pescate sennò m’incazzo). Lì troverete tutte le risposte che vi ci bisognano.
P. COELHO, SONO COME IL FIUME CHE SCORRE (DISSE PETER NORTH). Nelle migliori edicole et negotzi di bestiame. Anche in edizione da collezione, con in regalo un bull-terrier da render meno restio alla riproduzione.
FANTASTICO
In pieno e massificato delirio da Codice da Vinci, questo è quanto si legge nei multisala italiani, tra macchine ricostruite (tra cui la famosa macchina-per-strizzar-le-palle-dell’avventore-cinematografico, a dire il vero non inventata da Leonardo bensì da ron howard e dan brown, e perfettamente oliata e testata dallo spropositato battage cazzo-pubblicitario messo in piedi chissà perché chissà percome) e stampe dei dipinti dell’artista:
Chi volesse consultare l’opera omnia di Leonardo è pregato di chiedere al personale
ahahahah - in più, c'è il film. In più, c'era il libro. Che volete, ancora? il puzzle del codice da vinci? il gioco da tavolo del codice da vinci? i libri a monte del codice da vinci? il divaricatore del codice da vinci? la sonda per gastroscopie del codice da vinci? il cordless Ciuìno griffato codice da vinci? la maschera uni-espressiva di tom hanks-billy costacurta del codice da vinci? la mappa dei luoghi del codice da vinci? la carta intestata del codice da vinci? l'anal-dildo amico di solitarie e calde serate per signore sole del codice da vinci? C'è tutto, non vi preoccupate... già che ci siete, andate in culo, voi e il codice da vinci.
ROMA, 18 maggio 2006 - Nel bel mezzo della "battaglia del calcio", ormai ridotto da sport giocato a telefonato, tra accordi, sequestri, doping, falsi in bilancio, c'era chi pensava anche all'amore, o più semplicemente a procurarsi una serata divertente in compagnia di una bella donna, sperando forse in un lieto fine.
Protagonista di questa vicenda a metà tra gossip e finanza, Alessandro Moggi, figlio di Luciano, intercettato mentre dichiara a un amico di aver preso un sonoro "due di picche" dalla giornalista, Ilaria D'Amico. «Con
A mettere nero su bianco il tentativo di approccio è il quotidiano
Si dice che il male non si debba mai augurare. Ed ogni parola sul caso specifico (uno dei tanti) è superflua. Però, fai che succeda qualcosa, qualcosa di brutto, di molto brutto, a tutta questa bella gente. Io ne godrò, ne sarò felice, ne gïoirò dal più profondo del cuore. Sì, sarò meschino, invidioso (?), cattivo e gonfio d'odio, ma non potrò fare a meno di sentirmi un po' meglio, se uno di questi individui verrà a mancare, magari nel peggiore dei modi possibile.
Io auguro loro tutto il male possibile. Alle loro vite (inutilmente e inopportunemente) dorate, ai loro (tanti,troppi) soldi, alle loro possibilità (a sproposito, sprecate), alla loro insipienza, al loro cattivo gusto, alla loro (tanto sbandierata quanto ingiustificabile) potenza nel mondo.
AMEN
EVVAI, CI VOLEVA!
Alessandro Baricco ci ammorba con la sua ultima fatica: La mutazione. Che era il primo titolo, poi scartato per l’originalissimo Viaggio alla ricerca dei barbari. Ci sono gli immancabili disegnini di GIPI (??? - quando ogni commento è superfluo); ci sono le immancabili frasette ridicole del nostro (tipo: “E, il giorno dopo, involtolare insalata, o diventare il cappello di un imbianchino. Ammesso che se li facciano ancora, i cappelli, col giornale - come barchette sul litorale delle loro facce” – mio dio: “barchette sul litorale delle loro facce”: brrr…); c’è la stucchevole didattica da maestrino del popolino, rivestita come d’uso di affabilità e simpatia, pur autocompiacendosi e crogiolandosi nella citazione altrui. E c’è la nemmeno tanto sottintesa polemica contro qualcuno, in realtà sempre i soliti: il mondo della cultura, i critici, gli accademici, che il nostro considera dei parrucconi togati e cattedratici, antiquati nel gusto ed esosissimi, elitari e settari, solo ed esclusivamente perché lo considerano (a ragione – piena, pienissima ragione!) un deficiente che scrive libri da minorati.
Nel complesso, questa sorta di romanzo a puntate (ma al nostro non piace la definizione, né il genere lo attira, poverino; ecco quindi che se lo autodefinisce un saggio, “un tentativo di pensare: scrivendo” – e noi possiamo solo dirci: che culo! Non poteva "tentar di pensare: pensando?") è una stronzata somma, scritta come potrebbe esserlo da un liceale bravino a fare i temi, infarcita di ideine banali e stramasticate. Ci mancava solo l’immancabile inserto “oggi, nella società odierna...”
Ma, insomma, Baricco non è mica più al liceo. No, dirige la scuola Holden, lui, mica cazzi. E c'ha pure le pubblicità su splinder. E Repubblica (e questo mi spiace, sinceramente) gli dà uno spazio tutto suo, per ammorbarci.
A me rifiutano qualunque cosa, e devo pure esser felice che c'ho un lavoro, io.
Vaffanculo.
Anima candida!, direbbe Vonnegut, sì. Ma di te, caro Baricco. E quanto al fatto che tu, la Tamaro, Faletti, Melissa P., Paulo Coelho, Margaret Mazzantini, ecc ecc, continuiate a scrivere, a riempire gli scaffali delle librerie, a rompere i coglioni con le vostre stronzate tumide, nauseanti, insipide, direbbe:
Così va la vita.
Ah... per chiudere in bellezza, a fare ancor di più compito in classe, c'è anche uno spazio dedicato al sondaggio, lo strumento moderno dell'idiota moderno per sentirsi parte attiva nel gran calderone pieno di merda fumante. Queste le domande:
1) Sono già arrivati i nuovi barbari? (certo che sì, cazzo. Ogni giorno, alle dodici e quaranta, dopo aver viaggiato su modernissimi PULMI provenienti dalla BARBÀRIA - ovviamente senza pagare il biglietto e mettendo i piedi sui sedili del vicino, sennò che barbari sono? - ne vengono scaricati a josa, alla fermata tra il molo di Fuscellone e l'edicola di Mingo-il-Ribelle)
2) E voi, dove li avete incontrati? (personalmente, all'autogrill Frane di Motrone, sul tratto dell'A112 Motrone-Malavaentre, ne ho visti un paio - erano scesi dai PULMI e bevevano il caffè. Alcuni si grattavano il culo, altri pisciavano negli angoli, altri ancora ruttavano coi capelli pieni di gel)
3) Bisogna aver paura di loro? (bisogna aver paura di tutto nella vita. Anche di cacare. Gran parte degli infarti vengono mentre si cerca di espellere uno stronzo troppo grosso. È un attimo; poi ti ritrovano lì, accasciato sul cesso, gonfio della tua merda, ancora dentro di te).
Non può essere diversamente. È la materia che lo richiede, e anche un sacco di altre cose, penso. O anche no, però ormai son qui. E allora, tenetevi un po’ di Dottor Merda, che cinematograficamente vi recensisce
CHIEDI ALLA POLVERE
di Robert Towne
Ma andate a fare in culo! Ecco, la recensione dovrebbe star tutta qua, e tanti saluti.
Però: poiché chi legge (io stesso medesimo e basta, penso) paga (?), e ha quindi sempre diritto a qualche cosa che secondo me sarebbero solo e soltanto nerbate & ghiaja in culo, però per i più dice siano spiegazioni, vediamo di dargliele. Per le nerbate, magari ripassate.
Allora, Robert Towne è un amico di vecchia data di John Fante, nonché un suo grande ammiratore. Ha firmato la sceneggiatura di Chinatown di Polanski e Toro Scatenato di Scorsese, mica cazzi. Sì, però anche di Mission Impossibile 2, checcazzo. Comunque sia, anni fa (1993) Robert Towne si è messo a scrivere una sceneggiatura da Chiedi alla polvere, in vista di un progetto che prevedeva la trasposizione cinematografica del romanzo. Contemporaneamente, pare abbia acquisito i diritti anche per La confraternita del chianti (che einaudi ha ripubblicato, al pari di tutta l’opera di fante, riproponendocela col titolo de La confratenita dell’uva e con una bella introduzione di qualche personalità di grido, com’è ormai costume. Magari c’è pure, in qualche volume della nuova serie, l’intervento – gioia! – di Ammaniti o di Baricco). A proposito, in più parrebbe anche che Peter Falk abbia acquistato i diritti per Il mio cane stupido, e abbia pensato a un futuro film con John Turturro. Per adesso, comunque, il testo è stato portato sulle scene teatrali con un monologo di Andrea Brambilla (sì, quello che faceva “si, pronto, centrale? ce l’ho qui la brioooooocheee” – si cambia tanto, nella vita), che se non regge (non potrebbe, ovvio) il paragone con l’originale, è comunque carino e godibile. Comunque sia, la sceneggiatura in questione è pubblicata in un bel volumetto nero con le consuete e orribil-improponibili (ma chi l’avrà raccomandato, quello? Che sia il padrone?) illustrazioni che da sempre contraddistinguono marcos y marcos, ed è raccolta assieme al Prologo a Chiedi alla polvere (di fatto, un’altra veloce stesura del racconto), e ad un capitolo della biografia di John Fante, scritta dal biografo ufficiale, Stephen Cooper. La sceneggiatura di Towne giunge, più o meno, al punto in cui Bandini ruba le bottiglie di latte dal furgone del lattaio amico di Hellfrick. Quindi, non molto in là.
Questo, per quel che riguarda l’antefatto. Per rilanciare in allegria, mettiamo sul piatto anche che il film è prodotto da Tom Cruise (!), e che gli attori sono Colin Farrell, che sta sempre in canottiera e ha un bel fisico ed è pure un po sexy, e Salma Hayek, che nelle interviste di presentazione ha rilasciato meravigliose dichiarazioni del tipo “il libro non l’ho mai letto”, “la sceneggiatura l’ho letta una volta anni fa, ma non ci ho capito nulla. Poi l’ho riletta a distanza di anni, e allora mi è piaciuta, e ho capito perché: non ero abbastanza matura, prima”.
Il film è mostruoso. Da un certo punto in poi, si passa all’invenzione e al caos più totale, e probabilmente John Fante sarà lì che si rivolta nella tomba, cieco e senza gambe com’è finito, povero lui. Arturo Bandini e Camilla Lopez finiscono a villeggiare senza motivo dentro ad uno stucchevole paesaggio che fa molto pubblicità-Nivea: casa in riva al mare, amorevole veranda, spiaggia deserta e pseudo-selvaggia, cucciolo tenero & dolce, bambini giapponesi (?) che si ritrovano davanti casa loro per giocare, la mattina, a rugby (con camilla – che si trova per l’occasione un paio di pantaloni – e arturo che partecipano); arturo che insegna teneramente a leggere a camilla, sdraiato con lei sul letto con un libro di favole, interrogandola poi per un misterioso quanto improbabile esame per la cittadinanza americana (“quante stelle ha la bandiera americana?”, ecc ecc). Poi i due trombano (e ce la fanno vedere proprio tutta, così, tanto per metterci anche l’immancabile scena di sesso – il culo di Colin Farrell-Bandini, Camilla che apre le gambe, e via e via), vanno al cinema, si confrontano su temi quali l’immigrazione e la discriminazione razziale, lei lo lascia perché lui non la vuole sposare, e via e via.
Insomma, son cose belle; pare quasi che, arrivati a metà del film si sia intromesso il produttore (Tom-Cruise-dopo-la-cura, quella che lo ha dotato della quarta espressione di cui è attualmente capace - quella con l'occhio pio e il sopracciglio alzato) e abbia detto qualcosa del tipo:
“ma che è ‘sta roba? ora mi son rotto il cazzo, e ora la scrivo io un po’, la sceneggiatura. Vedrai la facevo meglio io del JohnFante, lì. Che vi credete, io ho recitato pure con kubrick, ora ve lo faccio vedere io chi è quello che sa, qui!”
E ci s’è messo d’impegno. Questo è il risultato: imbarazzante, che fa perdere non tanto e non solo la trama del romanzo ma, in tutto e per tutto lo spirito su cui si basa, riducendolo a un insulso feuilleton degno tutt'al più di una fiction televisiva con Martina Stella o Elisabetta Canalis.
Un pappone melenso, ridicolo e inverosimile, che si chiude con la morte (!) di Camilla, la sparizione (forzata, fuori luogo e inutile) di Sammy il barista e con un bandini che si è fatto crescere non si sa bene come e perché, i baffi e torna, con tanto di cane-ormai-cresciuto, proprio il suo cane mi pare ovvio, sul luogo in cui aveva a suo tempo seppellito (!) il corpo di camilla, le ultime parole della quale erano state “non mi lasciare mai”. Poi, di punto in bianco, era schiantata. Perché di tisi si muore così, pare. Si tossisce un po’, si sputa un po’ di sangue, e poi si muore in silenzio e tranquilli tranquilli. Abbracciati lagrimevolmente al proprio amore & tesoro, che veniamo a sapere è "cresciuto dentro di lei, come un bambino" (???).
Decenti, almeno per gli inizi (fin quando il film segue, più o meno, l’andamento del romanzo) i personaggi di Hellfrick e di Sammy, nonché la fotografia (un po’ troppo abusato l’effetto “grande depressione”, con quel tono di giallo-vecchio-oro, ma tutto sommato ok)
Nessuno, fra quelli che se ne sono occupati dopo (ma l’avranno letto, il libro?), ha detto nulla riguardo alla totale diversità del romanzo di John Fante, nemmeno sulla trama. E all’inizio del film si trova scritto “based upon the novel ask the dust, by John Fante”.
Ragion per cui, quindi:
Ma andate a fare in culo! NERBATE & GHIAJA IN CULO. A tutti voi